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lunedì 20 febbraio 2017

La creatività - La magia che rende felici e sempre giovani - Zanoli Mario Educatore del Progetto Gold Angel

CREATIVITA’

C’è chi guarda alle cose come sono e si chiede “perché”. 
Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo “perché no?” Robert Kennedy (senatore degli Stati Uniti)
Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. Martha Medeiros (giornalista e scrittrice)
Il cambiamento non avverrà se aspettiamo che arrivi un’altra persona, o un altro tempo. Noi siamo quelli che stavamo aspettando. Noi siamo il cambiamento che stavamo cercando. Barack Obama (politico)
La creatività, diversamente da quello che si può pensare, non è necessariamente legata a doti artistiche particolari o a un talento innato, è piuttosto un atteggiamento mentale: un modo di ragionare flessibile, di interpretare la realtà secondo accostamenti nuovi e rispondere alle varie situazioni con soluzioni innovative.
Le persone creative e il pensiero positivo. Le persone creative non hanno pensieri fissi e reazioni sempre uguali, tendono a ragionare in modo originale, a pensare "fuori dagli schemi", quindi rispondono agli stimoli in modo personale, spesso più adeguato alla situazione.
Una persona creativa, ad esempio, sa vedere le cose da punti di vista diversi. Anche gli oggetti li vede per come sono realmente e li osserva senza rimanere imbrigliata all’uso che siamo soliti farne.
La persona creativa è in grado di pensare positivo: in una situazione di difficoltà può vedere in una bottiglia di plastica innanzitutto una forma, fatta di un determinato materiale che, per le sue qualità, galleggia nell’acqua. Legando fra loro alcune bottiglie può così costruire una zattera.
Una soluzione creativa può essere dunque un'idea brillante o risolutiva, realizzata anche con i pochi mezzi a disposizione grazie all'inventiva.
Si pensi ora al protagonista di una nota serie televisiva americana: MacGyver: alla fine di ogni puntata, l'agente segreto riesce sempre a salvarsi, anche nelle situazioni più estreme, nonostante sia armato solo di un coltellino svizzero e del suo ingegno.
La flessibilità del pensiero favorisce il nostro adattamento e la nostra tranquillità rispetto alle situazioni. Se sviluppiamo un atteggiamento creativo, potremo addirittura interpretare un ostacolo come una nuova opportunità o una sfida che riempie di grinta e voglia di vivere.
La creatività quindi si può considerare come la capacità di: 
inventare o intuire le cose;
vedere le situazioni da punti di vista diversi, senza preconcetti;
non bloccarsi in pensieri rigidi che a volte possono essere negativi.
Osservate un bambino che gioca o che impara per la prima volta qualcosa: il suo approccio all’esperienza è globale, intuitivo e spontaneo, i bambini si rapportano naturalmente al mondo utilizzando tutti i 5 sensi e una formidabile capacità di immaginazione. Crescendo non tutti coltivano al meglio il pensiero creativo, siamo troppo abituati ad utilizzare percorsi di pensiero logico-razionali tanto da aver disimparato altre modalità di accesso all’esperienza.
 Il nostro cervello è composto da due emisferi: il sinistro che fa capo al pensiero logico-razionale riproduttivo e convergente che utilizza una logica analitica, guarda alle singole parti e si accosta i problemi applicando meccanicamente regole note. L’emisfero destro invece fa capo al pensiero creativo anche detto produttivo o divergente: che si attiva spontaneamente ed opera per sintesi guardando ai problemi nella loro globalità e intuitivamente rileva nuove organizzazioni dei campi problematici producendo originali soluzioni.

 Il pensiero creativo non può fare a meno della nostra parte emozionale poiché le emozioni che proviamo sono il “motore” psichico della nostra capacità immaginativa, dell’apertura al mondo del possibile e del desiderio: potremo individuare nuove soluzioni ai problemi, nuovi percorsi progettuali o nuove idee se sapremo utilizzare le nostre emozioni e quelle altrui per orientarci nel rapporto con gli altri e nel perseguimento dei nostri obiettivi.
Un’altra caratteristica fondamentale del pensiero creativo è la condivisione e lo scambio di idee. In psicologia esiste una tecnica di gruppo finalizzata a sollecitare il pensiero creativo del partecipanti che è il brainstorming letteralmente “tempesta di cervelli”: associandosi alle idee altrui senza giudicarle né passarle al vaglio della razionalità ognuno dice tutto ciò che può venirgli in mente in relazione ad un argomento o ad un problema, anche le ipotesi apparentemente più assurde o irrealistiche! Molti gruppi di lavoro, anche in pubblicità, utilizzano questa tecnica per eludere gli schemi di pensiero logico-analitico e sollecitare idee innovative.
 Altra caratteristica del pensiero creativo è che, le buone idee, le idee innovative  hanno bisogno di tempo per maturare, di confronti e contaminazioni con le idee altrui, di ripensamenti e aggiustamenti perché una “buona idea” diventi un progetto realizzabile. Quindi, mai scartare a priori le idee suggerite dal nostro pensiero creativo: possono essere il motore per altre idee, completare l’idea di un altro, il “nocciolo” per un progetto futuro…
Diceva Albert Einstein: “La logica ti porterà da A a B, l’immaginazione ti porterà dappertutto”.

di Zanoli Mario 

"La voce" la vibrazione dell'anima articolo di Zanoli Mario Educatore di Namaste' International community

Trasparenza…..la voce
Una persona è in grado di mentire, ma la voce in sé non inganna.
Il timbro, l’intonazione, i silenzi, “parlano” in maniera sincera, traducono il vero suono dell’anima di una persona, non soltanto rappresentano, ma piuttosto mostrano ciò che nascondiamo sotto la maschera.
La voce è lo specchio di ciò che sentiamo. Quando siamo emozionati la nostra voce non può nasconderlo. La voce è nel lasciare uscire, non per trattenere, si ottiene quando un flusso d’aria si muove dall’interno del corpo al mondo, quando il vento si muove da noi verso gli altri.
Senza una buona preparazione però non può che esservi un gesto vocale che non siamo totalmente noi, perciò prima di essere voce, dobbiamo essere respiro. Imparare a respirare è il primo passo per emettere un suono.
Senza respiro non v’è suono. L’atto del respiro è la preistoria di ogni voce
Siamo creati dalla nostra storia. La vita crea vita. La nostra vita inventa la nostra vita.
Il passato che ci capita di disegnare segna necessariamente il percorso futuro, poiché cambia ciò che siamo nel presente. Il nostro approccio alle cose cambia a causa di eventi che abbiamo dovuto affrontare. Gli eventi più drammatici solitamente sono quelli che divengono i più importanti per farci evolvere e forse per renderci migliori, in un certo modo più maturi. Credo sia irreversibile poiché ciò che si impara non possiamo dimenticarlo. Possiamo fare finta non sia mai esistito, ma quell’evento, quel segno, quella persona, rimane in noi, latente. Credo sia più saggio accettare ciò che succede, anziché negarlo, e in seguito trasformarlo nell’ennesimo passo del nostro cammino.
Il nostro spirito si modifica grazie all’esperienza.
 Il corpo si modifica grazie al tempo.
Il tempo modifica la voce. La voce è cosa viva, perché è in divenire.
Cambia dal mattino al pomeriggio, cambia dopo un riscaldamento, cambia dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua, dopo aver parlato per del tempo, dopo essere stati in silenzio per del tempo, la voce cambia dopo aver visto una persona per noi importante, dopo una discussione, dopo una piacevole serata, anche semplicemente se pensiamo a qualcosa anziché qualcosa di altro. Si possiede una voce prima o dopo aver fatto all’amore.
Esiste poi una voce piena di “non detti”, una voce che non è abituata a parlare, una voce non abituata a un pubblico, una voce infantile, una voce sicura, una voce fastidiosa.
La voce che abbiamo da bambini si sviluppa e segna il nostro passaggio con l’età più adulta, una voce che sarà altra da ciò che ascolteremo quando saremo anziani: poiché la voce è nel tempo, attraversa il tempo, e attraverso il tempo si evolve, si muove, si trasforma. La voce è un corpo vivente, oltre che essere nel corpo vivente. A causa di blocchi emotivi si può persino perdere la voce ed arrivare all’afonia. In quest’ultimo caso però è possibile andare oltre il momento di non-suono, raggiungendo una coscienza di noi, superando i blocchi interiori, si può raggiunge così nuovamente una capacità di aprirci al mondo e perciò di emettere la nostra voce: concediamo a noi stessi di aprire l’io al mondo e di accogliere il mondo in noi. Accettiamo cioè un dialogo tra noi stessi e il mondo, poiché il mondo è intorno a noi.
La nostra voce coincide con la nostra identità. Quando non abbiamo la voce “a posto”, siamo “giù di voce”, anche emotivamente ci sentiamo indeboliti. È come se ci guardassimo allo specchio e non vedessimo la persona che siamo abituati a vedere riflessa. A volte accade e nascono momenti di profonda riflessione verso ciò che siamo in un dato momento della nostra vita. Poi comprendiamo che ogni “crisi” in realtà è un momento di lucidità nei confronti di noi stessi. Crisi è dal latino crisis, «scelta, decisione, fase
decisiva di una malattia», è cioè un momento importante, poiché “porta qualcosa”. L’ascolto della nostra voce è un momento di crisi nei confronti di ciò che crediamo di essere. Imparare ad accettare la nostra voce è imparare a vedere noi stessi dall’esterno, e perciò rendere possibile un dialogo con quell’esterno.

Lavorare sulla propria voce significa aprire un lavoro di coscienza del proprio corpo, e ancor prima della propria anima. Ho scelto non a caso una parola maschile (corpo) e una femminile (anima), per chiarire che serve equilibrio delle nostre parti. Lavorare sulla voce significa scavare nei limiti e nelle qualità che la natura ci ha concesso. Imparare ad ascoltare il respiro, poiché è da esso che costruiamo voce e spirito. Lavorare sulle proprie barriere, porci le giuste domande, per scavalcare ciò che siamo in quel dato momento del nostro percorso di vita. Imparare a parlare è un atto rivoluzionario per la costruzione della propria personalità, costruisce uno dei mezzi della nostra comunicazione, forse il principale anche se non il solo. Imparare a parlare, però, non significa imparare a comunicare in modo ottimale. Troppi muri ci impediscono di esprimere al meglio ciò che siamo. Interrompere la costruzione di quei muri, per poi abbattere quelli che non sono necessari, può essere parte di quel percorso. Non a caso, la voce veste colori differenti in base alla nostra emotività.
La parola migliorare credo sia legata agli strumenti che impariamo a costruirci nel corso della vita. Più strumenti possediamo, più saremo in grado di reagire alle avversità con cui dovremo confrontarci, e più saremo portati a beneficiare dell’occasione che è la vita stessa. Migliorare la propria voce credo sia da legare all’idea di benessere. In quale modalità ci sentiamo a nostro agio? Cosa non riusciamo ad esprimere? Quale bisogno abbiamo? Quale uso facciamo della nostra voce, anche professionalmente? Penso che rispondere a queste domande potrebbe indicare la via giusta per arrivare a sentirci con una voce nella quale ci sentiamo più “presenti”: a sentirci la nostra voce in maniera sana.
Certamente. Preferisco non parlare di vero o falso, ma di trasparenza. Una voce è sempre vera, poiché comunque traduce un disagio. Ciò che è fondamentale è saper ascoltare, che è la base di ogni linguaggio, di ogni comunicazione. L’ascolto viene prima dell’atto vocale o dell’atto comunicativo in generale. Il pubblico in sala si mette in silenzio e poi inizia lo spettacolo. In un dialogo, se vi è rumore, confusione, spesso si preferisce non dire nulla. Ascoltare una voce significa vedere cosa nasconde, notarne perciò la verità. Ma deve essere permesso. È solo grazie al silenzio che esiste la voce, altrimenti si avrebbe soltanto rumore e caos. Una voce che sentiamo autentica è una voce in cui traspare in maniera evidente il segreto che porta in dote, la storia che ci vuole raccontare. Nella voce esiste una storia anche prima che ci venga raccontata dalle parole, poiché la storia è la voce stessa.
Potremmo definire le emozioni come aperture e chiusure di quella porta che è l’interiorità umana. Quest’ultima è una costruzione complessa, creata dalla propria storia, la cultura in cui si è immersi quotidianamente, la struttura familiare, sociale, nazionale, religiosa e persino naturale, peculiare di ciascuno. La rabbia può essere fredda, muta, esplosiva, tenderà a chiudere la gola, ad attivare certi muscoli piuttosto che altri. Comprendiamo che certe emozioni attivano certi muscoli, ma potremmo persino dire che in base ai muscoli attivati ognuno di noi raccoglie “emozioni” differenti. Paura, vergogna sono emozioni che portano i soggetti a ritrarre se stessi, tirarsi indietro dal mondo, si avrà una voce insicura, non stabile, il diaframma (semplifico sebbene sarebbe più corretto scrivere “i diaframmi”) non lavorerà con la giusta elasticità, non aiutando la stabilità della voce (e della propria emotività). La tristezza è un valore emotivo forte, è possibile coinvolgere un ascoltatore proprio per la tristezza che è trasmessa dalla voce, parlata o cantata; la tristezza nella voce può essere letta come valore che traduce verità, un dono sincero di quella voce, di quella persona a chi sta ascoltando. In generale ogni occasione di tensione però non permetterà al vocal tract il raggiungimento di una performance “economica” della voce, serve equilibrio e controllo per rendere al meglio l’atto vocale, sembra emergere il prezioso concetto di “voce eufonica”. Essendo quest’ultimo tema vasto e delicato, la mia osservazione si soffermerà soltanto su un aspetto: l’affidabilità di ciascuna voce nel tempo. Una voce deve poter essere riproducibile, deve “tenere” nel tempo, non affaticarsi. Emozioni forti come rabbia, paura, vergogna, tristezza, che abbiamo appena nominato, richiedono un grande dispendio di energia umana, tali emozioni non possono essere “tenute” troppo a lungo, lo spirito forse non è in grado di sostenerle e la voce nemmeno. Perciò serve scioglierle e naturalmente lasciarle andare. Una tensione però non impedirà alla voce di trasmettere comunque emozioni profonde: in qualche modo la voce è sempre trasparenza. Essenziale è infine la capacità di lettura di chi ne sarà testimone, chi saprà ascoltare davvero (poiché non tutti sanno ascoltare), chi saprà tradurre la verità contenuta nella voce stessa: voce come specchio.

di Zanoli Mario 

L' Empatia secondo Zanoli Mario Educatore del Progetto di utilità sociale "Gold Angel" - Life Coach


EMPATIA
Empatia trovo sia una dote fantastica e molto utile da coltivare e magari  sviluppare per stare bene con noi stessi e con gli altri.
È risaputo che dobbiamo prima di tutto trovare un benessere interiore con noi stessi, per essere poi in grado di sentirci bene e in armonia con le altre persone con le quali quotidianamente interagiamo.
Molte persone spesso trovano difficoltà a relazionarsi con gli altri. 
Si sentono impacciate e incapaci di trovare quel giusto punto di incontro, tale da instaurare un sano rapporto interpersonale.Eppure basterebbe davvero poco: un pizzico di Sensibilità Empatica risolverebbe tante incomprensioni!Non ci credete?
Secondo voi da cosa hanno origine i disguidi e le incomprensioni?
Semplicemente dalla scarsa abilità di riuscire a mettersi nei panni degli altri per capire se effettivamente hanno compreso le nostre parole e le nostre intenzioni.
Empatia significato: immedesimarsi negli altri per comprendere le loro emozioni e i loro stati d’animo durante le interazioni. 
Vi sembra difficile? Lo è se pensate che lo sia.
Se invece aprite la vostra mente e il vostro cuore all’altro e a quello che in quel momento cerca di esprimervi, allora vedrete che imparerete ad avere nuovi occhi, osservando il mondo attraverso il filtro straordinario dell’Empatia.
Empatia Cognitiva
È quella tipologia di empatia che permette di intuire chiaramente quello che l’altra persona pensa e di comprenderne a fondo il suo punto di vista. È l’empatia tipica utilizzata dai grandi oratori, dai venditori e dai negoziatori. 
Sostanzialmente, tra tutte le forme di empatia, è quella meno profonda e sviluppata, poiché se da una parte vi è la comprensione delle emozioni altrui, dall’altra spesso manca la compassione e il desiderio di preoccuparsi effettivamente di cosa provano le altre persone e di voler quindi fare qualcosa per aiutarle. Possiamo dire che l’Empatia Cognitiva è un’empatia a metà, quasi apparente in quanto alla comprensione degli stati d’animo altrui non segue un reale desiderio di far scaturire un’azione che sia utile al benessere dell’interlocutore. Sono dotati di questa tipologia empatica soprattutto i caratteri narcisisti, manipolatori e macchiavellici (hai mai sentito parlare dei Vampiri Energetici che ti rubano l’energia? Probabilmente è questa la loro forma di Empatia!)
Empatia Emotiva o Affettiva
In questo secondo tipo di empatia, il rapporto che si crea è più profondo e si è in grado non solo di comprendere ma anche di provare davvero dentro se stessi le sensazioni delle altre persone. È stato scientificamente provato che durante questa fase dell’Empatia vi è un vero e proprio rispecchiamento del sistema di neuroni che attivano nei nostri circuiti cerebrali le stesse emozioni che stà vivendo la persona che abbiamo davanti. L’Empatia Emotiva o Affettiva è quindi un gradino più in alto rispetto a quella Cognitiva poiché ci permette di comprendere e anche sentire sulla nostra pelle gli stati d’animo altrui ma non necessariamente di provare compassione per essi.
Empatia Compassionevole
Questa ultima tipologia di Sensibilità Empatica implica quella che viene definita Preoccupazione Empatica. Ovvero nell’Empatia Compassionevole sono fuse assieme tutte le doti degli altri due tipi di empatia e siamo quindi in grado di comprendere le emozioni dell’altro, di provarle dentro di noi e in più riusciamo anche a capire come aiutare la persona che abbiamo davanti. Nasce in noi la compassione e il desiderio di prodigarci per l’altro in modo da alleviare le sue sofferenze e renderci utili al suo star bene. È questa quindi la forma di Empatia più vera ed autentica, quella di coloro che fanno dell’altruismo e del benessere della collettività la loro bandiera e la loro missione di vita.

Conclusioni
Come avete visto l’empatia è una capacità poliedrica con diverse sfumature. Avete capito qual è quella che prevale maggiormente nel vostro comportamento?
In linea di massima ciascuno di noi possiede un mix delle tre tipologie di Sensibilità Empatica anche se una tende spesso a prevalere sulle altre e a raccontare molto del nostro modo di essere.
Io sono pienamente convinto che essere empatici, di qualsiasi forma o tipologia, sia senza dubbio un bel vantaggio che ci aiuta a trovare quel feeling ottimale con le persone che ci sono vicino, non solo nella nostra vita privata ma in tutti gli ambiti.

Sviluppare la Sensibilità Empatica non può che migliorare i nostri rapporti interpersonali. Quasi come una sottile ed invisibile linea di energia, l’Empatia è quella forza straordinaria che avvicina ed unisce per qualche istante le nostre menti, creando quella sintonia magica e perfetta che emana armonia e benessere interiore.

Zanoli Mario 


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